Ho scritto questo racconto in secondo liceo per il numero del giornalino scolastico sui complotti.
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Questo articolo ebbe un discreto successo, o almeno così mi parve allora. Lo ripropongo qui, sperando piaccia anche a voi. Come al solito lasciate un commento se vi è piaciuto, seguitemi su instagram per avere aggiornamenti continui o alla newsletter. Infine, se anche voi vi sentite il centro del mondo, condividete il racconto!
Non sapeva nemmeno chi l’avesse salvato. Se ne rese conto seduto su una Porsche, sfrecciando a tutta velocità lungo una strada deserta. In verità quella non era l’unica cosa che non sapeva. Non sapeva nemmeno perché l’ascensore che aveva preso fosse stato fermato a metà corsa tra un piano e l’altro. E perché egli fosse stato tirato fuori da lì da una donna, che l’aveva costretto a seguirla.
“C’è gente che vuole ucciderti!” gli aveva detto. La prova non era tardata ad arrivare, poiché presto si erano ritrovati inseguiti da uomini armati. Erano riusciti tuttavia a salvarsi, saltando dentro la Porsche, grazie alla quale stavano sfrecciando via. Viaggiavano ora a grande velocità. Aveva paura, il mondo sembrava essersi sciolto intorno a loro ed essersi ridotto a macchie di colore danzanti. La donna invece se ne stava seduta al volante, il piede che premeva l’acceleratore e la mano intenta a spalmarsi sulle labbra del rossetto bordeaux. Lei sapeva, ma non voleva dirgli niente. Alla sua richiesta di spiegazioni aveva risposto: “Non c’è tempo”.
Non riusciva a capire perché, ma preferì non protestare e attese in silenzio un tempo che gli parve infinito, finché dopo un po’ l’auto non si fermò. Gli venne richiesto di scendere e lui fece come gli si diceva: era un uomo obbediente, ma soprattutto poco incline a disubbidire a una persona armata.
La donna e un altro lo scortarono in un edificio e lo condussero attraverso così tanti corridoi che, seppur all’inizio avesse voluto tracciarne una mappa mentale, si sarebbe confuso e non ci sarebbe riuscito.
La sala dove lo fecero sedere era molto ampia, dal soffitto talmente alto che si riusciva a mala pena ad intuire ci fosse. Fu lì che gli fu detto tutto. In poco meno di un paio d’ore il suo cervello venne svuotato di tutte le certezze che aveva e riempito di informazioni assurde. In situazioni normali avrebbe stentato a credervi, ma in quel momento esse gli parvero la cosa più ovvia, più semplice, più “reale” che gli fosse mai stata detta. Reagì come se gli avessero comunicato che il dentifricio fosse finito e gli occorresse ricomprarlo, quando la natura dei fatti era decisamente più seria. Lui, Greg Mirley, dipendente di un’azienda di surgelati, era al centro di un complotto che lo voleva morto. La SIALP (Società Investigativa di Alto Livello per Privati) lo teneva d’occhio già da un po’ per conto di un privato il cui nome venne accuratamente taciuto.
“Perché io? Perché quel tizio mi vuole morto e perché quegli uomini mi inseguivano con delle pistole? Perché invece voi mi avete salvato?”
“Perché lei è importantissimo”
La SIALP gli spiegò tutto, ogni minimo dettaglio della vicenda, e gli illustrò il piano per contrastare il privato che voleva farlo fuori. Infine, la SIALP lo addestrò. La sua allenatrice, Dora, la donna che lo aveva salvato, gli insegnò a sparare, a difendersi, a mentire, fuggire, spiare…
La luce del sole invase la stanza, proprio nel mezzo di una piacevole conversazione con Dora. Greg si rigirò tra le coperte. Aveva fatto un sogno strano. Era al centro di un complotto, o qualcosa del genere. Si stropicciò gli occhi. Meno male, era solo un sogno, non ce l’avrebbe proprio fatta a sparare, fuggire, mentire… no, non era un uomo adatto a queste cose. Si alzò, fece colazione e, con calma, andò in ufficio.
Stava esaminando una richiesta di ordini di una piccola catena di supermercati ALXA, quando si ritrovò a pensare di nuovo al suo sogno. Solo allora si rese conto di quanto fosse surreale, con tutti quei complotti, le pistole, le fughe… E lui era al centro di tutto, lui era la chiave di tutto, senza di lui il piano della SIALP non avrebbe funzionato, senza di lui… Si impose di smettere di pensare a queste assurdità. Lui era un dipendente di un’azienda di surgelati, addetto ad esaminare le richieste degli ordini e non era al centro di niente, ce n’erano altri dieci come lui nell’azienda.
Gli tornarono alla mente le parole della donna; non si ricordava più il suo nome, la luminosità del giorno glielo aveva portato via.
“Lei è importantissimo”
Per la prima volta in tutto il giorno desiderò essere al centro di quel complotto, essere ciò che non era, ma essere qualcuno, addirittura qualcuno di “importantissimo”. Sentì crescere dentro di sé un sentimento di eccitazione, di gioia pura, come se il suo sogno fosse realtà, e contemporaneamente un velo di tristezza lo avvolgeva. Ognuno è eroe nella propria testa, lo sapeva e si rendeva conto anche di un’altra cosa: al mondo c’erano circa altri otto miliardi di persone, non potevano essere tutte qualcuno, tutte al centro di qualcosa, tutte eroi come nella loro testa. Alcune lo erano effettivamente, ma lui no. Lui era un dipendente di un’azienda di surgelati, non era nessuno. Nella vita non c’era nessun complotto di cui lui fosse il centro. A dirla tutta, non c’era niente di cui fosse il centro, a parte sé stesso ovviamente.
Quanti uomini erano esistiti dalla comparsa delle prime civiltà ad allora? E quanti ancora prima, e quanti ne sarebbero venuti ancora dopo? Tanti, troppi per essere tutti ricordati. Lui era uno di quelli, un uomo fantasma.
Scosse la testa, era troppo dura da ammettere. Così andò alla finestra a prendere una boccata d’aria. Accortosi che non bastava decise di prendere un caffè.
Attraversò lo stretto corridoio e rifletté un attimo: scale o no? Non aveva neanche finito di domandarselo che le sue gambe gli avevano dato la risposta, sorpassando le scale e portandolo davanti alla porta dell’ascensore. Vi salì, pigiò il pulsante e attese. Le porte si chiusero e questo cominciò a scendere. 3… 2… La luce lampeggiò tra il secondo e il primo piano, poi si spense, l’ascensore sussultò leggermente, poi si fermò…